RECENSIONI
21/11/2008
recensione del libro di C. Lalla "La teoria valoriale dei disturbi di personalità"
La teoria valoriale dei disturbi di personalità
Modelli patogenetici, strategie psicoterapeutiche, procedure d’intervento
DI CLAUDIO LALLA Editore Franco Angeli, 2008
a cura di Salvatore Crino *
Il libro di Claudio Lalla descrive una concezione dei disturbi di personalità basata sui valori. Il termine “valore” non è però da intendere in senso etico, ma come una spinta personale a realizzarsi attraverso determinati comportamenti e significati. Ad esempio, e tanto per far comprendere la lontananza dalla declinazione etica del termine, uno dei valori di cui si parla nel testo è quello della superiorità, la tendenza a realizzarsi nel sentirsi superiori agli altri, caratteristica del disturbo narcisistico di personalità.
L’autore parte da una critica ad alcune teorie della personalità elaborate nel campo della psicoterapia cognitiva. Ritiene che approcci come quello delle credenze disfunzionali e quello meta-rappresentazionale siano tautologici, in quanto si limitano a convertire in fattori esplicativi gli stessi dati sintomatologici. In tal senso, secondo Lalla, tali teorie sarebbero un esempio di spiegazioni sul modello della virtus dormitiva, ossia non vere spiegazioni, ma descrizioni, che spiegano un fenomeno ricorrendo al fenomeno stesso. Per questo motivo le terapie basate su tali teorie non possono produrre effetti realmente significativi sui pazienti.
Nella propria teoria, egli sottoscrive la definizione dell’essere umano come fondamentalmente motivato da alcuni impulsi di base, tra i quali vi sono quelli descritti da Liotti (1994) come SMI, più altri sistemi come quelli dell’accettazione sociale, della difesa del territorio, dell’esplorazione, della buona autovalutazione, dell’autovalutazione oggettiva, della buona realizzazione identitaria. Gli scopi che hanno origine dai sistemi motivazionali sono definiti scopi terminali. Ma vi sono anche degli scopi strumentali, utili a raggiungere gli scopi terminali e a garantire quindi la soddisfazione delle motivazioni di base. La patologia nascerebbe dalla “terminalizzazione” degli scopi strumentali, che divengono quindi valori in sé, senza essere più necessariamente collegati allo scopo terminale da cui hanno avuto origine. Ma come nasce questa “terminalizzazione”? Nasce da una complessa interazione tra schemi predicativi e strumentali. Uno schema predicativo è un sillogismo, che partendo da premesse universali e incrociandole con un caso particolare arriva ad una conclusione. In diversi casi gli schemi predicativi si pongono come un ostacolo al raggiungimento degli scopi terminali. In tale situazione, altri schemi, denominati condizionali, possono prospettare le condizioni alle quali gli scopi terminali rimangono comunque raggiungibili. In questo modo gli schemi condizionali finiscono per compensare quelli predicativi. Facciamo un esempio: in un caso in cui è presente uno schema predicativo patogeno del tipo “non sono amabile”, la presenza di uno schema condizionale del tipo “se sono socialmente competente allora sarò amabile” finisce per rendere lo scopo strumentale della competenza sociale altamente desiderabile e per impegnare su di esso le energie della persona perdendo di vista lo scopo terminale del garantirsi l’affetto di figure affettivamente significative.
Per delineare le condizioni in cui gli scopi possono assumere le caratteristiche di un valore, Lalla riprende alcune riflessioni di Miceli e Castelfranchi (1992), i quali ipotizzano che uno scopo strumentale che serve contemporaneamente più scopi terminali, possa divenire un valore. Un’altra ipotesi avanzata dall’autore è che uno scopo terminale connesso alla realizzazione di un altro scopo terminale possa dapprima strumentalizzarsi e poi terminalizzarsi, assumendo un significato egemonico e divenendo quindi valore.
I diversi disturbi di personalità sarebbero legati alla presenza di valori ipertrofici, che oscurano gli altri, creando uno squilibrio tra valori diversi, squilibrio che è alla base delle manifestazioni del disturbo. Per intervenire sui valori è necessario acquisire un pensiero complesso che mette insieme la filosofia occidentale di Eraclito e quella orientale di Lao-Tzu, enfatizzando il principio del wu wei, del non agire, o meglio del non contrapporsi, dell’agire in accordo con il flusso degli eventi. Questo in quanto i valori non sono per definizione dimostrabili o passibili di essere messi in discussione. Per tal motivo l’autore propone come strategie terapeutiche:
• la messa in discussione delle credenze che mediano l’attivazione inflazionata dei valori;
• il fare da modello da parte del terapeuta.
Quest’ultima strategia potrebbe realizzarsi in due modi:
• il terapeuta mette in atto la self-disclosure attraverso la narrazione di situazioni in cui egli ha rappresentato in maniera diversa da come lo intende il paziente il valore ipertrofico alla base del suo disturbo di personalità;
• il terapeuta si comporta in seduta, in particolare nelle situazioni interpersonali che chiamano in gioco il valore ipertrofico, in modo da manifestare una diversa realtà valoriale. A questo proposito l’autore fa riferimento alle concezioni di Weiss sul test delle credenze patogene ed in particolare al capovolgimento del passivo in attivo, in cui il comportamento del terapeuta può fare da modello per modi di essere diversi da quelli che il paziente sviluppò nel confronto con le sue figure genitoriali.
L’autore passa infine in rassegna alcuni disturbi di personalità, delineando la loro strutturazione nei termini della teoria sui valori formulata nella parte precedente e spiegando quali possano essere le strategie terapeutiche da adottare di caso in caso.
Ad esempio, nel caso del disturbo narcisistico di personalità sarebbe centrale il valore della superiorità rispetto agli altri. Tale valore nascerebbe in un primo momento come scopo strumentale alla buona considerazione da parte dei genitori, ma poi si “terminalizzerebbe” e diverrebbe egemonico ed ipertrofico. Le strategie da adottare per indurre a riequilibrare i valori sono in primo luogo quella di volgere il valore contro se stesso, ad esempio facendo notare al narcisista che il dare tanta importanza alla considerazione da parte degli altri, di fatto rende dipendenti da essi. In secondo luogo il terapeuta può mostrare in seduta un modello di comportamento che si manifesta con un sostanziale disinteresse ad entrare nelle dispute create dal paziente. Tale modello finirebbe per evocare il cambiamento valoriale del paziente.
Al centro del disturbo borderline di personalità vi sarebbe invece il valore della cieca manifestazione emotiva di sé. Tale valore emergerebbe in un contesto di attaccamento disorganizzato, in cui le risposte emotive forti manifestate dal bambino servono, seppur temporaneamente, ad ottenere l’attenzione dei genitori e quindi ad appagare un bisogno di affetto. Anche qui lo scopo strumentale di manifestare emozioni forti diverrebbe oggetto di terminalizzazione, assumendo in tal modo la veste di scopo principale. Come agire? Innanzitutto creando un conflitto tra il valore egemonico e quello terminale cui inizialmente esso era collegato e a cui spesso risulta ancora connesso, facendo vedere come le emozioni forti e i comportamenti impulsivi messi in atto dal soggetto finiscono per allontanare gli altri. Allo stesso tempo il terapeuta dovrebbe fare da modello, esercitando una consapevole e pacata manifestazione emotiva di sé. Il testo prende inoltre in esame anche il Disturbo Evitante di Personalità, quello Ossessivo-Compulsivo di Personalità e il DOC di asse I.

*Salvatore Crino
Psicologo – Psicoterapeuta
Specialista in Psicoterapia Cognitiva
Dottore di Ricerca in Psicologia Cognitiva, Psicofisiologia e Personalità
Socio SITCC dal 2006.

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